Ci sono libri che non si leggono e basta. Si portano con sé.
Alcuni si consumano tra le mani, si piegano, si riaprono cento volte, si infilano in uno zaino come compagni silenziosi di viaggio.
Per me, Oceano mare di Alessandro Baricco è questo. Un libro che ritorna. E ogni volta mi dice qualcosa di diverso.
Lo regalo spesso, soprattutto a chi ha navigato con me.
Perché il mare di cui parla non è solo quello fatto d’acqua e orizzonti. È anche un mare interiore, fatto di silenzi, domande, memorie.
In quelle pagine mi sono ritrovata molte volte: da navigatrice e da psicologa.
Sì, perché anche il mio lavoro oggi viene da lì: dalla forza, dall’ascolto, dalla capacità di stare in mare aperto – prima in senso concreto, e poi anche in senso profondo.
I personaggi di Oceano mare sono tanti, tutti diversi: a tratti poetici, a volte bizzarri, alcuni enigmatici. Nessuno è lì per caso.
Alcuni restano più sullo sfondo, altri risuonano dentro. Oggi mi è tornato in mente uno dei miei preferiti: il professor Bartleboom.
Un personaggio dolce, stravagante, teneramente logico. Uno scienziato dal cuore delicato, che ha deciso di dedicare la propria vita a un progetto tanto improbabile quanto poetico: scrivere un’enciclopedia dei limiti riscontrabili in natura.
Un’opera per la quale viaggia alla ricerca di limiti esatti, anche di quelli del mare. Il suo osservare le onde è un’immagine per me emozionante. Le onde, che insegnano la costanza, mostrano rabbia, calma, accoglienza e pericolo.
Il professor Bartleboom non vuole dominare il mare. Vuole capirlo, forse per trattenerlo o per credere che un confine ci sia davvero.
Baricco lo racconta così:
“Cioè… vedete lì, dove l’acqua arriva… sale sulla spiaggia poi si ferma … ecco, proprio quel punto, dove si ferma … dura proprio solo un attimo, guardate, cco, ad esempio, lì… vedete che dura solo un attimo, poi sparisce, ma se uno riuscisse a fermare quell’attimo … quando l’acqua si ferma, proprio quel punto, quella curva… è quello che io studio, Dove l’acqua si ferma […]
Lì finisce il mare”
E ancora:
Il mare. Finisce, anche lui, come tutto il resto, ma vedete, anche qui è un po’ come per i tramonti, il difficile è isolare l’idea, voglio dire […] in un’unica immagine, in un concetto che sia la fine del mare […]
In queste righe si sente tutta la tensione umana verso il confine, verso il bisogno di nominare, catalogare, dare senso.
Eppure, mentre lui guarda ogni giorno il mare, in attesa dell’onda “giusta”, sa – forse senza ammetterlo – che il mare non finisce mai davvero.
Che quella linea non è tracciabile. Che la mappa che sta costruendo è, in fondo, un modo per stare dentro a un’attesa più profonda.
Ecco cosa mi affascina di Bartleboom: la sua fragile determinazione, la sua poetica scientifica, quel modo buffo e struggente di cercare una certezza, pur sapendo che forse non arriverà mai.
Mi parla di tutte le volte in cui anche noi, nella vita, inseguiamo un punto fermo, un confine che ci tranquillizzi.
E allo stesso tempo, mi ricorda che ci vuole coraggio per restare lì, in ascolto, giorno dopo giorno, con la pazienza delle onde, non per fuggire, ma per comprendere.
Con questa lettura si apre Parole in mente, una rubrica in cui vorrei condividere pagine che mi hanno attraversata, pensieri che nascono leggendo, frasi che porto con me.
Non sono recensioni, e non vogliono esserlo.
Sono viaggi. Intimi, riflessivi, a volte disordinati.
Come Bartleboom, anche io continuerò a cercare.
Dr Susanne Beyer