SI PUÒ ECCELLERE IN QUALCOSA CHE NON SI AMA?

Motivazione, identità e significato personale attraverso la storia do Andre Agassi, raccontata in “Open”.

Andre Agassi ha raccontato la propria carriera in modo molto diverso da come siamo abituati a leggere le storie dei grandi campioni.

In Open, pubblicato nel 2009, il tennis non appare soltanto come passione, talento e realizzazione personale. È anche fatica, conflitto, pressione, desiderio di sottrarsi a qualcosa che per molto tempo sembra essere stato scelto prima ancora che lui potesse scegliere.

Ed è proprio questa contraddizione a rendere la sua storia particolarmente interessante dal punto di vista psicologico.

Si può raggiungere l’eccellenza in qualcosa che non si ama?

E, soprattutto, che cosa sostiene una persona quando talento, risultati e motivazione non procedono necessariamente nella stessa direzione?

Essere motivati non significa sempre la stessa cosa.

Nel linguaggio comune si tende a parlare di motivazione come se fosse una quantità: un atleta ne ha molta, poca oppure l’ha persa.

La psicologia suggerisce una prospettiva più complessa. Non conta soltanto quanto una persona sia motivata, ma anche perché continui a fare ciò che fa.

La Self-Determination Theory distingue, per esempio, forme di motivazione più autonome — collegate all’interesse, al valore personale attribuito a un’attività e alla possibilità di riconoscersi in ciò che si sta facendo — da forme maggiormente controllate da richieste esterne, pressioni, aspettative o conseguenze percepite.

La ricerca applicata allo sport mostra da tempo che la qualità della motivazione è collegata non soltanto alla persistenza, ma anche al benessere e al modo in cui viene vissuta l’esperienza sportiva.

La storia raccontata da Agassi rende questa distinzione particolarmente concreta.

Il tennis occupa la sua vita fin dall’infanzia. Diventa competenza, identità, lavoro, successo. Ma l’essere straordinariamente bravo in qualcosa non coincide automaticamente con il sentirla propria.

È una distinzione importante anche nel lavoro con gli atleti: prestazione e motivazione non sono sinonimi.

Un atleta può continuare ad allenarsi, ottenere risultati e rispettare programmi molto impegnativi mentre, contemporaneamente, cambia il significato che attribuisce a ciò che sta facendo.

Quando lo sport diventa parte dell’identità.

Per chi pratica sport a livello agonistico, essere atleta può progressivamente diventare molto più di una delle tante caratteristiche con cui definirsi.

Allenamenti, gare, risultati, selezioni, aspettative dell’ambiente e relazioni costruite nello sport contribuiscono alla formazione di una vera e propria identità atletica.

La ricerca sulla athletic identity mostra quanto questa dimensione possa essere importante nello sviluppo dell’atleta, ma anche quanto sia utile mantenere una rappresentazione di sé sufficientemente ampia, soprattutto nei momenti di cambiamento, infortunio o transizione.

La domanda diventa allora più articolata:

Chi è l’atleta, oltre a ciò che riesce a fare?

In Open questa domanda attraversa molti momenti della vita di Agassi.

L’immagine pubblica, i risultati, le sconfitte, il ranking, il rapporto con il padre, le aspettative degli altri e quelle rivolte verso se stesso si intrecciano continuamente. La carriera sportiva diventa anche un percorso attraverso il quale ridefinire il significato personale del tennis e, insieme, la propria identità.

Per questo una crisi motivazionale non rappresenta necessariamente soltanto “mancanza di voglia”.

Può segnalare che qualcosa nel rapporto tra persona, obiettivi e significato dell’attività sta cambiando.

Sapere cosa si porta in campo.

Tra le immagini più efficaci di Open ce n’è una apparentemente molto semplice.

Agassi descrive con estrema precisione la propria borsa da tennis. Vuole sapere esattamente cosa contiene, come sono sistemate le racchette, quali sono state incordate per prime e quali per ultime. Il controllo della borsa fa parte della preparazione.

Poi scrive:

«La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c’è dentro.»

Nel libro Agassi racconta anche episodi apparentemente marginali che mostrano quanto un dettaglio possa entrare nella prestazione. In una circostanza si accorge di essere arrivato a giocare senza la biancheria abituale e descrive il disagio provocato durante la partita.

Non è l’importanza degli slip, naturalmente, a rendere interessante l’episodio.

È ciò che accade quando qualcosa entra improvvisamente nel campo dell’attenzione e modifica il modo in cui l’atleta vive il proprio corpo e la situazione.

La prestazione non avviene in uno spazio psicologico vuoto.

Sul campo arrivano insieme all’atleta pensieri, aspettative, tensione muscolare, livello di attivazione, paura dell’errore, rabbia, fiducia, stanchezza, ricordi di una partita precedente, sensazioni corporee e interpretazioni di ciò che sta accadendo.

Sapere che cosa c’è dentro la propria “borsa” significa imparare a riconoscere ciò che si sta portando nella prestazione.

Prima di regolare, occorre riconoscere.

Nello sport si parla spesso di “gestire l’ansia”, “controllare le emozioni” oppure “rimanere concentrati”.

Il rischio è immaginare che la preparazione mentale consista nell’eliminare gli stati psicologici considerati scomodi.

La prospettiva può essere diversa.

Un’emozione può fornire informazioni. L’attivazione corporea può segnalare qualcosa. Un pensiero ricorrente può diventare rilevante perché cattura attenzione. Lo stesso livello di tensione può avere significati diversi per atleti diversi e, nello stesso atleta, in momenti differenti.

Per questo la regolazione parte dalla consapevolezza.

Riconoscere ciò che sta accadendo permette di distinguere, dare un nome all’esperienza e scegliere successivamente come rispondere.

Non significa assecondare qualsiasi emozione né cercare continuamente di analizzarsi durante la gara. Significa sviluppare una maggiore capacità di osservare i propri segnali e costruire strategie adeguate alla persona e alla situazione.

La metafora di Agassi diventa allora particolarmente efficace: prima di decidere cosa utilizzare, occorre sapere che cosa contiene la borsa.

La preparazione mentale non serve a non provare.

Questa distinzione è centrale anche nei percorsi di psicologia dello sport.

L’obiettivo non è costruire un atleta che non sente ansia, non si distrae, non dubita e non prova frustrazione.

Una prestazione importante può essere accompagnata da tutte queste esperienze.

Il lavoro psicologico permette piuttosto di comprendere come quello specifico atleta funziona nella prestazione.

Che cosa accade nei minuti precedenti una gara?

Dove va l’attenzione nei momenti di pressione?

Quali pensieri compaiono dopo un errore?

Quale livello di attivazione favorisce la prestazione?

Come cambia la fiducia durante una partita?

Che significato viene attribuito al risultato?

Sono domande che permettono di spostarsi dalla ricerca di una generica “forza mentale” verso una conoscenza più precisa del proprio funzionamento.

Da questa consapevolezza possono poi nascere strumenti concreti: routine, imagery, gestione attentiva, definizione degli obiettivi, strategie di regolazione dell’attivazione e modalità più funzionali di affrontare errore, pressione e momenti critici.

Dal risultato al significato.

La storia di Agassi offre infine un altro spunto importante.

Il rapporto con uno sport può cambiare.

Può cambiare la motivazione. Può cambiare il significato attribuito alla competizione. Possono cambiare gli obiettivi e può cambiare il modo in cui una persona integra il proprio essere atleta con le altre parti della propria identità.

Non sempre, quindi, la domanda più utile è:

“Come si recupera la motivazione?”

A volte è più interessante chiedersi:

“Che significato ha oggi questo sport per questa persona?”

Il passaggio è sottile ma importante.

Consente di non trattare l’atleta come una macchina da riportare rapidamente al livello precedente di prestazione, ma come una persona che pratica uno sport e che, nel tempo, può avere bisogno di ridefinire obiettivi, priorità e rapporto con ciò che fa.

È anche uno degli aspetti sui quali può concentrarsi un percorso di psicologia dello sport.

Conoscere ciò che si porta con sé.

La frase di Agassi sulla borsa da tennis rimane forse una delle immagini più semplici per descrivere questo lavoro.

Un atleta prepara racchette, scarpe, abbigliamento e tutto ciò che potrebbe servire durante una gara.

Allo stesso modo può imparare a conoscere quello che porta con sé sul piano psicologico.

Non per controllare ogni emozione.

Non per eliminare ogni pensiero scomodo.

Ma per riconoscere ciò che accade e disporre di strumenti con cui affrontarlo.

La consapevolezza di ciò che si prova, di ciò che si pensa e del significato che si attribuisce alla prestazione può diventare essa stessa parte dell’allenamento.

I percorsi di psicologia dello sport possono lavorare proprio su questi aspetti: motivazione, concentrazione, gestione della pressione, fiducia, rapporto con l’errore, preparazione mentale e conoscenza del proprio funzionamento nella prestazione.

Perché sapere cosa c’è nella propria “borsa” non garantisce che una partita sarà facile.

Permette però di entrare in campo conoscendo meglio ciò che si porta con sé.

Dott.ssa Susanne Beyer

Riferimenti

Agassi, A. (2009). Open: An Autobiography. Knopf.

Manninen, M., Dishman, R., Hwang, Y., Magrum, E., Deng, Y., & Yli-Piipari, S. (2022). Self-determination theory based instructional interventions and motivational regulations in organized physical activity: A systematic review and multivariate meta-analysis. Psychology of Sport and Exercise, 62, 102248.

Standage, M. (2023). Self-Determination Theory Applied to Sport. In R. M. Ryan (Ed.), The Oxford Handbook of Self-Determination Theory. Oxford University Press.

Zhou, J., Heim, D., & O’Brien, K. (2023). Identity work in athletes: A systematic review of the literature. Sports, 11(10), 203.

Approfondimenti online

Andre Agassi’s Extraordinary Journey — 60 Minutes / CBS News (2009): https://www.cbsnews.com/news/andre-agassis-extraordinary-journey/

Andre Agassi reflects on US Open memories after Arthur Ashe Stadium return — US Open (2024): https://www.usopen.org/en_US/news/articles/2024-08-25/andre_agassi_reflects_on_us_open_memories_after_arthur_ashe_stadium_return.html

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