Il mito del “vero sé”
«Non mi sento più me stesso.»
È una frase che, in forme diverse, emerge frequentemente durante i colloqui psicologici.
Può comparire quando un lavoro non sembra più rappresentare la persona che lo svolge, quando all’interno di una relazione diventa difficile esprimersi liberamente oppure durante l’adolescenza e la giovane età adulta, quando si può avere la sensazione di essere una persona in famiglia, un’altra con gli amici e un’altra ancora a scuola, all’università o sul lavoro.
Dietro questa sensazione si nasconde una domanda molto più complessa di quanto possa sembrare:
esiste davvero un “vero sé” che dovrebbe manifestarsi nello stesso modo in ogni situazione?
Probabilmente no.
E forse è proprio l’idea di dover trovare una versione unica, stabile e definitiva di noi stessi a creare parte del problema.
La vita quotidiana come palcoscenico
Nel 1959 il sociologo Erving Goffman pubblicò The Presentation of Self in Everyday Life, uno dei testi più noti sul modo in cui le persone costruiscono e regolano la propria presenza nelle interazioni sociali.
Goffman utilizzò una metafora teatrale: la vita sociale può essere osservata come una successione di palcoscenici sui quali assumiamo ruoli differenti.
Professionista, genitore, partner, amico, atleta, studente.
Non si tratta necessariamente di finzione.
Ogni contesto richiede comportamenti, linguaggi e modalità relazionali differenti. Una persona può essere autorevole durante una riunione, giocosa con i propri figli, competitiva nello sport e riservata quando entra in un ambiente sconosciuto.
Nessuna di queste versioni deve necessariamente essere più “vera” delle altre.
Sono espressioni diverse della stessa persona.
Una personalità, molte possibili espressioni
La personalità possiede una relativa continuità nel tempo, ma questo non significa che il comportamento debba essere identico in tutte le situazioni.
Il contesto conta.
Le persone modificano continuamente il proprio modo di comunicare, di prendere decisioni e di entrare in relazione sulla base dell’ambiente, delle persone presenti e del ruolo che stanno ricoprendo.
Adattarsi non significa necessariamente fingere.
Significa possedere un repertorio sufficientemente ampio da poter esprimere aspetti differenti di sé nelle diverse situazioni della vita.
La psicologia contemporanea distingue infatti la coerenza del senso di sé dalla rigidità.
Il concetto di self-concept clarity, per esempio, riguarda quanto le rappresentazioni che una persona possiede di sé siano sufficientemente chiare, coerenti e stabili.
Non implica che quella persona debba comportarsi sempre nello stesso modo.
Si può avere un senso di sé relativamente solido ed essere, nello stesso tempo, molto differenti in famiglia, sul lavoro o con gli amici.
Essere autentici non significa essere sempre uguali
Nella cultura contemporanea viene attribuito molto valore all’idea di “essere sé stessi”.
È un messaggio comprensibile, ma può diventare fuorviante quando viene interpretato come l’obbligo di comportarsi sempre allo stesso modo.
Essere autentici non significa parlare con un amico come durante una riunione di lavoro.
Non significa essere genitori nello stesso modo in cui si è partner.
E non significa mostrare qualsiasi emozione in qualsiasi situazione per dimostrare sincerità.
Anche l’autenticità è legata al contesto.
Le ricerche sulla cosiddetta state authenticity, l’esperienza momentanea di sentirsi autentici, suggeriscono che questa sensazione aumenta quando esiste una buona corrispondenza tra il contesto e alcuni aspetti importanti della persona: il modo in cui vede sé stessa, i suoi obiettivi e il senso di appartenenza sociale.
Per questo si può provare una forte sensazione di essere “sé stessi” in alcuni ambienti e sentirsi invece estranei a sé in altri.
Non necessariamente perché in un luogo si è sinceri e nell’altro si mente.
Talvolta un contesto permette semplicemente a una parte importante della persona di trovare spazio, mentre un altro la comprime.
Le maschere che ci calzano bene
La metafora della maschera viene spesso utilizzata per indicare qualcosa di falso.
Ma forse esistono anche maschere che ci appartengono.
Si può immaginare una maschera costruita sui lineamenti del volto: sufficientemente leggera da permettere di respirare, muoversi ed esprimersi.
In quel caso il ruolo non viene percepito come una costrizione.
Può diventare invece uno dei modi attraverso i quali la persona esprime aspetti autentici di sé.
Diversa è una maschera troppo stretta.
Una maschera che obbliga continuamente a controllare quello che si dice, ciò che si prova o il modo in cui ci si comporta.
Ogni movimento richiede uno sforzo.
E, nel tempo, quello sforzo può diventare molto faticoso.
Lo stesso può accadere con i ruoli sociali.
Quando un ruolo non ci rappresenta più
Il problema, quindi, non è necessariamente avere molti ruoli.
Le difficoltà possono emergere quando uno di questi diventa troppo distante dalla persona che lo interpreta.
Può accadere quando qualcuno costruisce progressivamente la propria vita intorno alle aspettative degli altri.
Quando continua a svolgere un lavoro che non riconosce più come proprio.
Quando all’interno di una relazione sente di dover essere costantemente accomodante.
Quando assume il ruolo della persona “forte”, di quella che non chiede mai aiuto.
Oppure quando essere affidabile, disponibile, competente o impeccabile diventa l’unica modalità possibile di stare nel mondo.
In queste situazioni la persona può cominciare a sperimentare stanchezza, irritabilità, demotivazione o una vaga sensazione di estraneità rispetto alla propria vita.
È allora che può comparire la frase:
«Non mi riconosco più.»
Non sempre significa che la propria identità sia andata perduta.
Talvolta significa che un ruolo costruito in un determinato momento della vita non è più capace di rappresentare adeguatamente la persona che si è diventati.
Il rischio opposto: diventare prigionieri di una sola versione di sé
Esiste anche un altro tipo di rigidità.
È quella che porta una persona a identificarsi completamente con un unico ruolo.
Essere sempre quello forte.
Sempre quella disponibile.
Sempre il professionista competente.
Sempre il genitore responsabile.
Sempre quello che risolve i problemi.
Quando un ruolo diventa l’unica definizione possibile di sé, può diventare difficile accedere alle altre parti della propria esperienza.
Chi deve essere sempre forte può avere difficoltà a chiedere aiuto.
Chi deve essere sempre competente può vivere ogni errore come una minaccia.
Chi è sempre disponibile può faticare a riconoscere i propri bisogni.
Il problema non è il ruolo in sé.
È la perdita della libertà di uscirne.
Flessibilità non significa adattarsi a tutto
In psicologia, la flessibilità viene considerata una risorsa importante.
Ma flessibilità non significa assecondare qualsiasi richiesta dell’ambiente.
Significa piuttosto essere capaci di modificare il proprio comportamento quando il contesto lo richiede senza perdere il riferimento ai propri valori, bisogni e obiettivi.
Una persona può quindi essere professionale sul lavoro, affettuosa nelle relazioni intime, determinata durante una competizione e vulnerabile quando ha bisogno di aiuto.
Queste modalità non sono necessariamente in contraddizione.
Possono appartenere tutte alla stessa persona.
La continuità non è data dall’essere sempre uguali.
È data dalla possibilità di riconoscersi nelle diverse espressioni di sé.
Quali ruoli scegliamo e quali subiamo?
Un percorso psicologico può offrire uno spazio nel quale osservare il rapporto tra identità, ruoli e contesti di vita.
Non necessariamente per “scoprire chi si è veramente”, come se da qualche parte esistesse una personalità autentica nascosta da riportare alla luce.
Può essere più utile comprendere in quali situazioni la persona riesce a riconoscersi e in quali invece avverte una distanza crescente da sé stessa.
Alcune domande possono diventare significative:
- In quali contesti ci si sente maggiormente a proprio agio?
- Quali parti della propria personalità trovano facilmente spazio?
- Esistono ruoli nei quali si avverte continuamente la necessità di controllarsi?
- Quali comportamenti nascono da una scelta e quali soprattutto dal bisogno di soddisfare le aspettative degli altri?
- Ci sono aspetti di sé che da molto tempo non trovano più possibilità di espressione?
- Esistono ruoli che erano adatti in passato ma che oggi sembrano troppo stretti?
L’obiettivo non è eliminare i ruoli.
È recuperare la possibilità di sceglierli, modificarli e abitarli in modo sufficientemente coerente con la persona che li interpreta.
Forse non esiste un solo “vero sé”
La vita ci porta continuamente a cambiare palcoscenico.
E ogni palcoscenico rende visibili aspetti differenti di noi.
Questo non rende necessariamente meno autentici.
Può rappresentare, al contrario, una delle caratteristiche più interessanti della personalità umana: la possibilità di essere molte cose senza per questo diventare persone diverse.
La domanda quindi potrebbe non essere:
«Qual è il mio vero sé?»
Potrebbe essere invece:
«Riesco a riconoscermi nelle diverse persone che sono, nei diversi contesti della mia vita?»
Quando la risposta è sì, i ruoli possono diventare modalità differenti attraverso le quali la personalità prende forma.
Quando la risposta è no, può comparire quella sensazione di distanza da sé stessi che spesso accompagna i momenti di cambiamento o di difficoltà.
Forse l’autenticità non consiste nel togliere tutte le maschere.
Consiste nel poter indossare ruoli che ci permettano ancora di respirare.
E, soprattutto, nel mantenere la libertà di cambiarli quando non ci rappresentano più.
Dott.ssa Susanne Beyer
Fonti e approfondimenti
Erving Goffman, The Presentation of Self in Everyday Life, 1959.
Jennifer D. Campbell, Paul D. Trapnell, Steven J. Heine, Ilana M. Katz, Loraine F. Lavallee, Darrin R. Lehman, Self-Concept Clarity: Measurement, Personality Correlates, and Cultural Boundaries, Journal of Personality and Social Psychology, 1996.
Todd B. Kashdan, Jonathan Rottenberg, Psychological Flexibility as a Fundamental Aspect of Health, Clinical Psychology Review, 2010.
Toni Schmader, Constantine Sedikides, State Authenticity as Fit to Environment: The Implications of Social Identity for Fit, Authenticity, and Self-Segregation, Personality and Social Psychology Review, 2018.
Audrey Aday et al., The SAFE Model: State Authenticity as a Function of Three Types of Fit, Personality and Social Psychology Bulletin, 2025.